domenica 18 febbraio 2018

lunedì 31 agosto 2015

Hanno ammazzato Loud Notes, Loud Notes è vivo

Questo blog è morto, rimarrà aperto solo come archivio di questi 4 e passa anni di scorribande sonore.

Loud Notes, però, è vivo e lotta insieme a noi, e si è trasferito su wordpress: https://loudnotesdc.wordpress.com/

domenica 29 marzo 2015

A Place To Bury Strangers - Transfixiation (Dead Oceans, 2015) / #review

Ad ascoltarlo attentamente, TRANSFIXIATION - quarto album in studio della band newyorkese - pare dirci che il viaggio sonico degli APTBS ha ormai imboccato il vicolo cieco della ripetizione e del mestiere. Se con il precedente WORSHIP avevano parzialmente virato il timone, rendendo il loro suono più hard e rifinendone le asperità per dar vita a un "classico" di post-punk, noise, shoegaze, violenza e fragilità, con questo nuova prova sembrano aver optato, piuttosto, per un'autocompiacente fedeltà alla linea già tracciata. 

Il rumore, quello di certo non manca ed è ben assortito, ma non ci voleva di certo la palla di vetro per prevedere le chitarre sature e taglienti, la violenza quasi o nulla controllata e la registrazione coi volumi a palla, che sei costretto ad abbassare di due tacche altrimenti ti esplode il cervello. Così come non sono una novità le atmosfere (e le linee di basso) post-punk che strisciano ginocchioni davanti all'altare dei Joy Division, o il noise-pop al quale piace guardarsi le scarpe, derivato dell'amore sconfinato per i Jesus & Mary Chain. Tutto come da contratto, dunque: aggressivo, dolce, impetuoso, rumoroso, anche piuttosto trascinante se volete (We've Come So Far, I'm So Clean, Fill The Void), ma a dir la verità non tanto entusiasmante e a volte persino spaccamaroni (lo sludge con testo idiota di Deeper è l'apice).

Il meglio che si possa chiedere agli APTBS, oggi, è un pezzo come I Will Die, una mazzata di rumore e riverberi in bassa fedeltà, uno scontro incazzoso e irritante tra gli Spacemen 3, i My Blood Valentine e il punk settantasettino. (6 e 1/5)

lunedì 2 febbraio 2015

Gennaio è vivo e lotta insieme a noi: Viet Cong, Sleater-Kinney, Mondo Drag / #review

Giusto per sgombrare il campo da dubbi: l'omonimo dei Viet Cong uscito il 22 su Jagjaguwar (e Flemish Eye per il mercato canadese) è una gran figata e Silhouettes, il singolo che l'ha di poco anticipato e che, come dice bene il Sorge su Rumore, "suona come gli Interpol che si danno una scossa", è il pezzo di gran lunga più dispensabile dell'album. Death e March of Progress contengono mondi interi, per dire. Le chitarre di Bunker Buster sono da lacrime agli occhi. E Continental Shelf potrebbe essere il singolo più figo degli ultimi quindici anni.
Avvertenze: VIET CONG è un disco che va lasciato decantare, che richiede la dovuta attenzione per essere capito e amato. Niente fretta quindi, e non fate l'errore di scaricarlo nel cesso al primo ascolto, avreste perso un pezzo raro. (8,7)



E non potevo certo esimermi dal dire due parole sul ritorno delle Sleater-Kinney. E non solo perché le ho sempre amate, venerate e blablabla, ma prima di tutto perché NO CITIES TO LOVE (uscito su Sub Pop il 20 gennaio) è davvero un gran disco, e allora perché tacere? Non è bello bello in modo assurdo come i capolavori usciti a cavallo dei due secoli (DIG ME OUT, THE HOT ROCK, ALL HANDS ON THE BAD ONE e ONE BEAT), ma spacca in modo davvero convincente. 
Le chitarre affilate, colorate e schizofreniche, che si rincorrono, scappano, sbandano e poi riprendono a correre, la voce calda e ruvida di Corin Tucker, quei pezzoni che sono l'essenza del rock alternativo, la passione che ci mettono, in ogni cazzo di traccia, come se scriverla e suonarla dovesse essere l'ultima cosa che fanno. È tutto qua dentro, e manco mi sembra vero che siano tornate. (8,5)



Gennaio di rinascita anche per i Mondo Drag, che dopo sette anni di attività e qualche cambio di formazione (MONDO DRAG, pubblicato dalla Bilocation, è stato registrato con Zach Anderson e Cory Berry, ex sezione ritmica dei Radio Moscow, poi confluiti nei Blues Pills) riescono finalmente a fare centro. 
La pappa è sempre la stessa: psichedelia acida, pesante e dai contorni progressivi; solo che stavolta è stata cucinata come dio comanda. La scrittura e gli arrangiamenti sono nettamente più a fuoco; la voce di John Gamino è davvero convincente e ben si adatta alla musica; basso, chitarra e batteria sono ben integrati con organo e synth e quello che esce fuori dalle casse non è più (solo) un diluvio indistinto di fuzz e acidità, ma un album di grandi canzoni, ricche di assalti heavy-psych e buoni momenti strumentali che permettono alla band di dispiegare tutto il suo potenziale progressivo. (8,0)